Includere

Il giudizio su se stessi di non andare bene, di dover far qualcosa per starsi meno sulle palle, per sopportarsi di più o per andare, se non bene finalmente un po' meglio... va bene, bisogna fare qualcosa, si è vivi e la vita è un percorso evolutivo, richiede cambiamento ma è sterile se, il fare qualcosa per cambiare, scarta il riconoscere adesso a che punto si è del proprio processo di evoluzione. Come siamo messi!? Meglio!? Come al solito!? Peggio!? E' da lì che si riprende il rammendo, il metterci una pezza, quella pezza calda dell'amorevolezza che fa digerire l'indigesto o consapevolmente ci libera degli ormai inaccettabili soliti atteggiamenti. Mia madre, sarta, una volta mi fece vedere come si può rattoppare uno strappo, usava una pezza della stessa stoffa presa da tasche, orli, rimanenze.. già una toppa può essere un rimedio, grossolano ma utile, poi con impegno, con capacità acquisite, con applicazione, studio e tentativi ecco trasformare l'uso della stessa pezza nel rammendo a nuovo. Risultato? Fantastico! Ma c'è di più... alla 'prova-tensione' la tenuta del tessuto aggiustato regge quanto o addirittura un po' più di prima!
Invece di procedere in questa direzione, ci si perde nell'ansia acquisendo un altro nemico. Giudizio. Così giudizio più ansia, divengono cibo e bevanda della frustrazione, infallibile nutrimento della rabbia. Un gioco che destruttura l'essere anziché strutturarlo. Eh sì... perché l'essere ha necessità di un corpo, di strumenti per agire, di una mente per esprimere l'artistica sua natura, per liberare idee, forme, concetti, ha bisogno di muoversi, manifestarsi, agire ma non contro se stesso, di agire per se stesso e per tutti gli altri esseri. È vitale riconoscerlo anziché disconoscerlo, supportarlo anziché torturarlo, tenerlo vivo e vegeto, sveglio anziché sopito, dormiente, sensibile e non analfabetizzarlo con romanticismi, false ideologie e pregiudizi. Invece lo si anestetizza, togliendogli il linguaggio e la gestualità del sentimento a favore di fredde, inutili e stressanti determinazioni o sterili logorree che, anziché unire e rafforzarne l'essenza, lo frammentano cosi come spezzettano le relazioni tra gli esseri. Serve a se stessi e all'universo nutrirsi di esperienza, rendere il nostro essere colto di incontri, conoscenze, amicizie, condivisioni, diversità, novità, altro. Altro che permetta alla sua interiore più udibile voce di convincerci che, il solito non è abitudine ma rito, che ogni quotidiano non è pedissequa ripetizione del giorno prima ma stupore e meraviglia per occhi che sanno contemplare e lasciare lo sguardo al cuore, lasciare che sia l'anima ad usare i sensi e non la noia del già visto, già fatto a comprimere l'essere. Rendiamolo sensibile abbracciando altri esseri di qualsiasi forma vivente facendolo con le braccia, con il pensiero di ampie vedute, con l'intenzione, ma cominciamo a farlo e a farlo da chi ci è vicino, da chi abbiamo messo "in castigo" nei nostri pensieri e che proprio dentro di noi non vogliamo graziare, non accogliamo, non perdoniamo. Abbiamo una natura dalla quint'essenza sottile, fatta di luce, di universo, di infinito e grandezza e la riduciamo a critiche, divisioni, piccolezze, pignolerie, particelle... apriamo, spalanchiamo l'essere, includiamo anziché escludere.